Quando parla di Lui, non usa mai il verbo morire.
Dice che non c’è più. Dice che se n’è andato. E confonde ancora il passato con il presente, come facciamo con i lutti recenti, perché non abbiamo le forze di usare l’imperfetto. È questo il tratto che rende Yoko Ono veramente umana. Per il resto, per il poco che mi è concesso di parlarle, fa di tutto per mantenere le distanze. Si presenta con il braccio teso, e sta tutto il tempo con gli occhiali scuri appoggiati sul naso. Sembra la signorina Rottermaier in versione orientale.
Ha scelto un hotel nel cuore di Londra per dare appuntamento al mondo. Il prossimo 9 ottobre, John Lennon avrebbe compiuto 70 anni, e lei ha deciso di celebrarlo con un’operazione monumentale: verranno ripubblicati tutti i suoi cd da solista, con tanto di cofanetto e inevitabili rarità.
I vari lacché che la circondano hanno intimato, per scritto, di “non chiedere fotografie perché non verranno concesse”. “Ma chi la vuole la foto con Yoko Ono?”, mi domando io. Poi penso che se non ci fosse stata anche lei, in quelle immagini immortalate da Annie Leibovitz il giorno prima dell’assassinio – Yoko vestita, John nudo, loro abbracciati – il ricordo di Lennon oggi avrebbe un altro sapore. Perché Lui, non dimentichiamolo, si firmava “John + Yoko”, come avrebbe fatto solo Romeo.
La donna minuta che mi trovo davanti, però, non ha nulla di Giulietta Capuleti, almeno in apparenza, e intuisco perché sia stata tanto odiata, negli anni Ottanta: è il capro espiatorio perfetto. Artista d’avanguardia, aristocratica, diplomata nelle scuole più esclusive di Tokio. Prima di conoscere il Mito, quindi, non era proprio una che vendeva sashimi per strada.
Annuisco come un ebete per bendisporla, ma lei rimane lì, immobile, senza tempo e senza rughe. Se non sapessi che è una pacifista incallita, avrei paura che mi faccia arrestare. Ma il viso s’illumina, appena le ricordo il suo discorso alle Olimpiadi di Torino, quando apparve di bianco vestita, prima di Pavarotti, per predicare al mondo peace and love.
Perché, dopo tanti anni, la pace è ancora un concetto così astratto?
In realtà, la situazione sta lentamente migliorando. Ha presente il film “l’Esorcista”? Ci vuole un sacco di impegno ed energia per sconfiggere il Male. E il Male, prima di lasciare questa Terra, fa sempre un gran casino. L’importante è non lasciarsi spaventare.
A proposito di paura, non aveva timore a rimettere mano sull’opera di suo marito?
Sì, è stato molto difficile, anche se sono passati trent’anni da quando John se n’è andato. Avevo già lavorato su quelle canzoni nel 2001, o 2002, ma all’epoca ero riuscita a farlo meccanicamente. Stavolta, forse per via di questo anniversario, è stata più dura. Soprattutto quando scopri la delicatezza di certi testi. Pensi a una canzone drammatica come “I’m losing you”: lui me la cantava due settimane prima di lasciarmi per sempre.
Cosa l’ha spinta a realizzare questo progetto?
Io amo le sfide, e questa occasione mi ha permesso di mettermi alla prova. Vista l’età che ho, per me potrebbe essere l’ultimo sforzo che faccio per John. Chi può sapere dove sarò tra 10 anni? Mi avevano chiesto di lavorare a un progetto molto importante, ma ho rifiutato. Se ora devo scegliere tra me e John, scelgo John.
Ha dichiarato che quelle canzoni erano il vostro diario personale.
A volte erano addirittura troppo intime. Ma John era così: anche quando scriveva in terza persona, cantava sempre di cose che lo riguardavano da vicino. Non riusciva a fingere.
C’è infatti un brano, “How do you sleep”, che pare prendere di mira Paul McCartney. Conferma?
Io non posso rispondere per John. Certo, quella era una canzone un po’ cattiva nata da una situazione particolare. Ma lui avrebbe potuto colpire Paul in tanti modi, e ha scelto di farlo con la musica, con la poesia. Ha risposto alle provocazioni nel modo più artistico. Quello che rimane, alla fine, è una canzone. Ed è una canzone che appartiene a tutti.
Su suo marito sono uscite molte biografie, che dicono le cose più contraddittorie. Quando darà la sua versione dei fatti?
Al momento sono troppo impegnata e non ho tempo. Ma un giorno, chissà, potrei mettermi lì e raccontare la mia verità. Anche se non voglio ferire alcune persone con le mie parole… perché non sarebbero parole dolci. E allora mi chiedo: ha senso una biografia edulcorata?
Ai miei occhi, per quello che i media raccontano, sembravate una coppia da fiaba. Eravate proprio così?
Eravamo due persone intelligenti e al tempo stesso molto complicate. Ma abbiamo avuto la fortuna di incontrarci.
Dal 1975 al 1980 vi siete quasi barricati in casa, a Manhattan, per stare lontano dalle scene. Come vivevate?
Eravamo lontani dal palco ma sempre immersi nella musica. Suonavamo molto, eravamo continuamente ispirati. John mi chiamava e mi chiedeva ad ogni occasione cosa ne pensassi.
E lei?
Io dicevo la mia senza interferire troppo. Eravamo tutti e due molto sensibili, per cui non mi sarei mai sognata di dirgli: “non mi piace.” Suggerivo giusto piccoli accorgimenti, di fare il pezzo un’ottava sopra, robe così. Ma la verità è che non c’era mai nulla che non mi piacesse. E anche quando io gli facevo sentire le mie cose, lui era sempre molto affettuoso. Una volta però scrissi una canzone, What the bastard the world is, che raccontava di una donna che aspetta inutilmente il suo uomo a casa. Ed è successo un putiferio.
Cioè?
John è andato completamente in paranoia: “tutti penseranno che sono io, e io non mi comporto così!”, ha iniziato a urlare. Ecco, le nostre litigate, in quegli anni, erano per cose di questo tipo.
Anche se, prima di allora, vi eravate separati per un po’.
Sono stati mesi duri. Mi sentivo triste e al tempo stesso colpevole, perché ci stavamo lasciando. Ma la sua arte ne ha beneficiato. Glielo ripeto: John riusciva a trasformare i drammi personali in capolavori.
E poi com’è andata?
Per fortuna è tornato il desiderio di ricominciare. Ricordo una canzone che scrissi in quel periodo, “Hard times are over”: stavamo andando da New York alla West Coast, quando facemmo una sosta. Il sole brillava alto nel cielo, così mi venne quell’intuizione, pensando che ci bastasse guardarci negli occhi per essere felici.
Ha scoperto qualcosa di nuovo, lavorando su tutti i suoi album?
Quello che più mi ha impressionato è stata la qualità della sua voce: unica. Il suo inglese, poi, era perfetto, quasi shakespeariano. Per questo ho fatto il possibile per tirare fuori la sua voce e abbassare tutto il resto. E ho finalmente realizzato che i suoi arrangiamenti erano d’avanguardia. Così, quando mi sono messa a riascoltare tutto, non ho avuto dubbi: mio marito era un genio.
Essendo anche lei un’artista, è mai stata gelosa del suo talento?
E perché avrei dovuto? Io credevo nella mia musica e nella mia arte. Non c’era nessun lavoro, all’epoca, simile al mio… Non ho mai provato alcuna gelosia non solo nei confronti di John, ma di nessun altro.
Quale sarebbe il modo migliore per ricordarlo il 9 ottobre?
La cosa bella è che la gente lo ricorderà a prescindere da me. Ogni giorno mi arrivano notizie riguardo a nuove commemorazioni o concerti. Io vorrei semplicemente che fosse un giorno di festa. Molti sono travolti dalla malinconia, l’8 dicembre, ma troppo spesso ci dimentichiamo della fortuna di aver avuto John in mezzo a noi. Perché abbiamo beneficiato della sua vita, non della sua morte.
Che effetto le fa passeggiare per Central Park, presso gli “Strawberry Fields” che New York gli ha dedicato?
Un enorme piacere. È bello vedere quanta gente apprezzi ogni giorno quell’angolo del parco.
Cosa gli avrebbe regalato per i suoi Settant’anni?
Non so se il lavoro che sto facendo è un regalo, ma forse sì.
John le aveva scritto “Dear Yoko”. Se lei potesse contraccambiare con “Dear John”, cosa canterebbe?
Sarebbe una canzone di una sola strofa: “Caro John, ti amerò per sempre.”