Se domani farà bel tempo
Mondadori, Milano 2007.
Si chiama Leonardo, ma per tutti è Leon.
Ventisette anni, scuole svizzere, master alla Bocconi, una famiglia importante, una madre pesante, un padre assente, un fratello determinato e una sorellastra che può giocare con le bambole solo di nascosto. Case sparse in posti mai casuali: St. Moritz, Bellagio, Portofino, Ibiza. È un luogo comune, Leon. E il dramma è che lo sa: “nessuno a Milano è più anni Ottanta di me”, dice.
Beve come una spugna, tira di coca – che però lui chiama “barella” o “Antonella” – naturalmente non lavora, conosce l’oltraggio ma non il coraggio, sopravvive nella sua gabbia dorata in compagnia di fumetti, tv e puttane, e ha una ragazza-bene che lo ama da troppo tempo, Anita, e lo lascia nelle prime pagine di questo romanzo.
È il primo grande no nella vita di Leon, e lui reagisce a modo suo: illudendosi di poter comprare tutto. Le manda un paio di tacchi di Manolo Blahnik, ma lei non cede.
Nel suo disperato tentativo di riconquistarla, si accorge che il primo nemico da combattere è la cocaina, da cui cerca di stare lontano in un personalissimo fai-da-te.
E per questo Leon decide istintivamente di trascorrere alcuni giorni nella campagna toscana, ospite della Fattoria del Colle, alla vigilia di quella che si preannuncia una grande vendemmia.
Scettico – ma soprattutto viziato – decide di confrontarsi con una realtà di cui non si era mai reso conto: gente che fatica, che dice le cose come le sente, che parla di mosto e tafani e arriva al lavoro con i sacchetti di plastica.
Oltre alla misteriosa proprietaria del podere, in campagna Leon incontrerà un cubano rubacuori, una cantiniera ballerina e soprattutto una vignaiola con le lentiggini sul petto, tra salumi di cinta e calici di vino rosso. Basterà a redimersi?
Con Se domani farà bel tempo, Luca Bianchini ci racconta il jet set di oggi, mettendo in evidenza con ironia e cinismo tutti i tic e le debolezze di un rampollo speciale: bello, dannato e dannatamente sensibile, vittima e carnefice della sua stessa vita.
Virginia Woolf, GITA AL FARO
Se proprio devi morire, è meglio farlo guidando una Cadillac Eldorado.
Mia madre me lo ripete ogni giorno. Peccato che noi non abbiamo mai avuto una Cadillac. A casa nostra abbiamo distrutto solo Mercedes, le migliori, due Porsche, una Lamborghini Diablo, un’Aston Martin e il mio maggiolino, tre volte. Ah, naturalmente anche la Panda per il personale di servizio, quando la prendevo di nascosto prima di avere la patente. Mia madre vuole che i camerieri abbiano sempre un’auto riconoscibile, e ha scelto il Pandino perché crede che metta loro allegria.
Come avrete capito, siamo una famiglia che ama la velocità, le belle macchine e le buone maniere. La capofamiglia, in particolare: potrebbe scrivere un saggio sul cenno con cui a tavola rifiuta da bere, anche se è un gesto che non compie quasi mai. E il modo in cui si asciuga la bocca prima di sorseggiare il suo Chevalier-Montrachet? Impeccabile e insopportabile, come è lei la maggior parte del tempo.
Ma non l’ho mai odiata quanto quella mattina, quando spalancò la porta di camera mia e mi trovò con la sigaretta accesa e gli occhi spenti. Ero veramente sotto, sottissimo, e lei riuscì a farmi solo un’unica, drammatica domanda:
- Ti hanno di nuovo ritirato la patente?
Non le interessava la risposta – in cuor suo forse sapeva che era una domanda del cazzo – ma in quel momento aveva una fremente priorità: l’open day a scuola di Maria Lorena, la mia sorellina-sorellastra: sette anni e mezzo, erre moscia come la mia, apparecchio colorato, un’ammirazione proibita per le Winx, una chiara inattitudine per la danza classica e tendenza a parlare di soldi come quel tirchio di suo padre. Però in fondo ho sempre voluto bene, alla mia Lola, e le avevo promesso che sarei andato a vederla al suo ultimo giorno all’International School. Lei e i compagni avevano fatto con le loro manine oggetti che sarebbero stati battuti all’asta tra i genitori. Profitti in beneficenza per la costruzione di una scuola in Africa, sai che novità.
Era una mattina di giugno senza sole, con grandi nuvole che intasavano il cielo di Milano come il traffico cittadino. Io avevo un solo, grande desiderio: essere investito da una macchina appena uscito di casa, magari una Cadillac Eldorado. Quella sì che sarebbe stata una grande morte. Poi vedere mia madre che mi scorge dalla finestra con il gessetto bianco intorno, e mi piange per un attimo da lì, prima di pensare a quale cappello mettersi per il funerale. E poi cosa scrivere sui biglietti di ringraziamento? E come dare l’annuncio ai giornali per fare sapere che “non fiori, ma opere di bene alla Rockefeller Foundation”? Uh, quanti problemi se muoio per una madre come la mia.
Anita mi aveva lasciato quella mattina. Dopo tre anni, due mesi, sette giorni e una manciata di ore, forse sei. E sentivo che non sarebbe più tornata indietro. Me n’ero accorto dal modo in cui aveva chiuso la porta, senza un attimo d’indecisione, senza nervosismi, senza nessun cedimento delle gambe. Un colpo secco e stop, il passato alle spalle.
Aveva trovato un sasso nel bagno, la sera prima. Era andata su tutte le furie, delusa e alterata come ogni volta che una discussione si ripete – quando si litiga spesso, si litiga sempre nello stesso modo, con le stesse dinamiche, con le medesime pause – e mi aveva supplicato di lasciarlo lì, quel sasso, almeno per un giorno.
Non c’ero riuscito. Non ci sarei mai riuscito.
Al mattino, dopo una notte insonne per entrambi, aveva fatto un’inutile doccia di riflessione, si era preparata per andare a catalogare i suoi Pistoletto da Sotheby’s e mi aveva detto:
- Non siamo più uguali, Leon.
Io ero troppo fatto per capire, prima che per dire qualcosa, e le avevo risposto ’fanculo-tu-e-i-tuoi-quadri senza conoscere il significato di quella sequenza. Avevo un gran mal di testa per starmi a sentire, e soprattutto per ascoltare il suo addio senza lacrime. Ma quando un paio d’ore dopo ho rivisto la foto farsi più nitida, ho capito che Anita non sarebbe più tornata sui suoi passi. Ed è stato lì che gli Stones hanno iniziato a cantare “Angie” nella mia testa. Ed è stato lì che mia madre ha fatto irruzione in stanza con il fottutissimo open day di Lola:
- Per l’asta dei ragazzi ci raggiunge anche Pierandrea, perciò vedi di ricomporti che tra poco passa a prenderci Amedeo. Quindi anche se non hai la patente non importa.
- …
- E ricordati la camicia.
Ventisette anni. Ventisette anni a sentire ricordati-la-camicia e non sapere mai come ribattere. Mi guardai allo specchio cercando di ricompormi. Le regole, innanzitutto le regole. Le regole che mi avevano tramandato, quelle che mi avevano schiacciato. Le regole che mi avevano permesso fino a quel giorno di non lavorare.
Vivere era il mio lavoro, ed era un lavoro che non mi piaceva più di tanto. Soprattutto quella mattina di giugno – maledetto giugno, che dio ti fulmini, e ti trasformi in un novembre piovoso che nemmeno l’Irlanda – in cui a tutto avrei voluto pensare tranne che vedere mia madre a un’asta delle scuole elementari. Conoscete punizione peggiore per uno che è appena stato lasciato dalla donna più bella di Milano? A parte restare bloccati in ascensore con un portavoce del Vaticano, intendo. Ma alla fine la camicia la misi. Una camicia di Caraceni con le mie belle iniziali incise tono su tono: LSD. Leonardo Sala Dugnani. Leon per gli amici (con l’accento sulla “o”, alla francese).
Un ragazzo smarrito davanti a se stesso, questo ero, ma ancora in grado di ammettere il proprio sex appeal. Ora, non perché sia io, ma non si può proprio dire che sono un brutto ragazzo: ho occhi chiari, un naso appena deviato, capelli corti e scuri che taglio da solo, quasi a scodella, due fossette che m’illuminano il sorriso, un fisico tonico e tre tatuaggi. Fossi una donna cederei subito al mio fascino, insomma. A meno che scoprissi il significato del mio tatuaggio preferito, una specie di simbolo orientale, che per anni ho creduto volesse dire “Lunga vita felice”. In realtà, una volta un cinese mi rivelò che significava “Nuvolette di drago a tremila lire”.
Ancora adesso non riesco a farmene una ragione.