Un villaggio di ventimila abitanti con poca acqua, poca istruzione, qualche pianta di cotone. Si trova in uno dei Paesi più poveri dell’Africa. Una goccia nel deserto di un continente in ginocchio, che continuiamo a guardare impotenti. Ma Renzo Rosso crede nel miraggio e te lo fa vedere. Ne parla dai suoi uffici di New York insieme al gotha di Millennium Promise, l’organizzazione mondiale che si dedica alla realizzazione degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio. Di tutti, è il più convincente. Non ha nulla dell’imprenditore prodigio che siamo abituati a vedere a una festa o una sfilata. O forse no. Forse è sempre lui: una persona veloce, intelligente, entusiasta. Sa benissimo che aiutare l’Africa è un’impresa quasi impossibile, che bisogna essere ambiziosi. Osare. Ma il coraggio uno non se lo può dare, per dirla con Manzoni: è la ragione per cui la sua Fondazione si chiama Only the Brave. “Brave” che in italiano non sono i bravi – neppure quelli di Don Rodrigo – ma i coraggiosi. Quelli che, come lui, sanno ancora avere una visione, che spesso manca agli adulti, e che potrebbe presto mancare ai giovani. Questo progetto punta a smuovere le loro coscienze usando il loro stesso linguaggio: internet e Facebook saranno fondamentali per contribuire al sogno – non solo con il denaro, ma anche con le proprie idee – e monitorare i progressi di Dioro, che vorrebbe essere un modello anche per i villaggi vicini.
Rosso non avrebbe però mai intrapreso la sua avventura più rischiosa se non avesse incontrato, un paio di anni fa, il Dalai Lama: “È successo a Edinburgo. Ero stufo, stanco, volevo mollare tutto e riprendere in mano la mia vita. Lui mi ha preso da parte e mi ha detto che ero destinato a creare ricchezza e posti di lavoro, e dovevo usare questo mio talento per il bene della comunità. Insomma, dovevo fare la Fondazione.”
Qual era il suo rapporto con la beneficenza prima di diventare così ricco?
Quando ero ragazzo, tutto ciò che era mio era anche dei miei amici. Nel lavoro, poi, ho aiutato molti ragazzi del mio paese, ospitandoli a casa mia, da sempre. Ho avuto un’educazione contadina. Ancora oggi, se mi cade un pezzo di pane, lo soffio e lo mangio. Sono contro lo spreco.
Però questo non significa necessariamente essere generosi.
Vede, io ho avuto veramente tanto. Sono stato fortunato e mi piace condividerlo. Se ho una casa bella voglio goderne con gli amici. Amo fare festa anche con i dipendenti. È la mia filosofia: gioire insieme, anche se a volte bisogna soffrire insieme. Mio padre mi diceva che non esistono soddisfazioni senza frustrazioni.
Per uno come lei abituato a risultati concreti, questo progetto potrebbe essere snervante.
È normale, fa parte della vita. Come quando cerchi di mandare un messaggio con una collezione, e il messaggio non arriva. Ma quando sei il pioniere di qualcosa, ti devi abituare alla sofferenza. Soprattutto devi esser pronto a imparare dagli sbagli.
Non teme che possa sembrare una mossa pubblicitaria?
No, perché chi mi conosce sa che sono così. E poi parlo con i fatti. Nella zona dove vivo non c’è parrocchia, teatro o asilo in cui non abbia contribuito a qualcosa, e non l’ho mai sbandierato in giro. Questo nuovo progetto invece va comunicato perché, come mi ha detto Bono, “devi usare il brand e il tuo nome per parlare ai giovani. Tu e Steve Jobs siete capaci di farlo, e dovete continuare a farlo”. Per questo abbiamo dato molta importanza alla grafica e a Facebook.
Perché è così difficile coinvolgere i giovani?
Non è difficile. I giovani oggi ricevono troppi messaggi, ci sono tendenze di tutti i tipi e loro si fidano di più di chi ha creato uno stile, che di un politico. Non credono nei politici perché i governi sono un po’ tristi.
Ha mai pensato di candidarsi?
Me l’hanno chiesto molte volte ma non potrei mai. L’Italia è un Paese dai troppi poteri in troppe mani: il Papa, le Regioni, i Comuni… gli Enti! È impossibile governare.
È sfiduciato?
Un po’, perché non ne stiamo uscendo bene. Pensavo che qualcosa potesse cambiare dopo i grandi scandali degli anni Ottanta, ma poi siamo tornati al punto di prima. Quest’estate abbiamo assistito a qualcosa di scandaloso: si sono attaccati per un appartamento! È una cosa indecente. La Germania invece è riuscita a fare un bel salto, dovremmo imparare da loro.
La sua Fondazione riceverà molte richieste di aiuto. Con che criterio scegliete?
In genere privilegiamo aiuti che servono a fare veramente qualcosa. Ma quello che più ci preme è che i soldi non vengano spesi in amministrazione. È la regola numero uno: ci sono nomi grossissimi che fanno beneficenza, ma hanno troppi costi di gestione.
Pensa che altri stilisti potrebbero darle una mano?
Sarebbe fantastico. A volte mi sento veramente solo in queste avventure, anche quando si parla di moda. Ad esempio, potremmo metterci insieme per scoprire e formare nuovi talenti creativi. Pensi che forza potremmo avere se unissimo 4 o 5 marchi.
Cosa pensa quando vede un barbone?
C’è un quartiere a Miami dove ho passato molto tempo che ne è invaso. Li ho osservati, ci ho parlato, e mi piace capire perché uno finisce così. Alle spalle ci sono sempre problemi di educazione, o shock che hanno cambiato la persona. E’ un disagio che mi tocca sempre.
Come se lo immagina Dioro tra cinque anni?
Un piccolo “Diesel village” autosufficiente, dove possiamo creare le nostre produzioni e fare festa insieme.