Ho sempre odiato l’autobus.
Non tanto per il mezzo in sé, che può anche essere piacevole, ma proprio perché per me ‘autobus’ significa una cosa sola: lavorare. Da un paio d’anni lo prendo tutti i giorni, tranne nel weekend. A meno che ci sia una partita di calcio oppure sotto Natale, quando le signore sono addobbate di pacchi e hanno quell’ansia luciferina di cui siamo tutti schiavi, me compreso. Insomma, io il pullman vuoto non me lo godo mai. Lo trovo sempre stracolmo, quasi fosse una necessità senza cui non potrei salirci sopra. Sono talmente abituato a trovarlo pieno, che quando ne passa uno non affollato aspetto quello dopo sperando che ci sia più gente. In genere lo prendo al mattino presto, quando tutti scapicollano per non arrivare tardi in ufficio. O verso l’una, quando tutti corrono per tornare a mangiare. Ma il peggio è dalle sei del pomeriggio in poi, quando tutti si trascinano per sopravvivere: li trovi stipati e sudati, questi esseri ambulanti, con il trucco che cola e la testa bassa, le cuffie a ovattare i rumori e i profumi a coprire i sudori. Mi piace osservarli, gli alieni di città, ma più per deformazione professionale che per interesse mio proprio: spio i loro comportamenti, osservo come sono vestiti, che accessori hanno.
In quelle ore, l’autobus ci racconta il mondo che ci circonda con un’onestà disarmante: le impiegate che si sforzano di leggere l’ultimo libro della Mazzantini. Gli adolescenti che vivono nel loro mondo fatto di drammi, risatine e capelli unti. Gli sozzoni che sanno di ascella morta e ovviamente capitano di fianco a te. E poi ci sono le mie preferite: le signore di una certa età. Tornano spesso dalle commissioni, o da casa delle loro nuore, con una famiglia orgogliosa alle spalle, le borse ampie e capienti dove riescono a farci stare l’ombrello, sicuramente anche qualche santino, le foto dei figli e soprattutto dei nipoti, ma mai della nuora, di cui parlano sempre male con la prima vicina che dà confidenza. Loro sono quelle che mi fanno più tenerezza.
E anche se sono un duro, forse per via del mio lavoro, a loro dedico ogni volta particolare riguardo. Le aiuto a trovare un posto a sedere e a volte le scorto fino all’uscita in modo che possano scendere agevolmente. Gli regalo un attimo di attenzione e serenità, e così mi sembra di aver compiuto una buona azione. A volte mi capita di incontrarle di nuovo, ma mi sale improvvisamente una sorta di imbarazzo, non so perché, e allora preferisco evitare i loro sguardi. Ma mai mi sono sentito così piccolo e inadeguato come di fronte agli occhi che mi è capitato di incrociare ieri sera.
Ero sul dodici, saranno state le sei e mezzo, aggrappato al palo vicino all’uscita, il posto dove mi sento più a mio agio, quando scorgo due fessure azzurre in mezzo ai tanti occhi a palla che attendono invano alla fermata. Pioveva, fuori. Uno di quegli acquazzoni che io benedico perché in quelle situazioni l’autobus si trasforma in un mercato impazzito dove gli ombrelli ostacolano il cammino, scaldano gli animi, annullano le puzze grazie al loro odore di pioggia e sostanzialmente ci fanno sentire più vicini l’uno all’altro e, in un certo senso, più uniti. Al di là di quelle fessure azzurre, scorsi anche una testa bionda e liscissima, decorata da un paio di forcine ai lati come nelle antiche pettinature di una bambina. Speravo solo che salisse. Sembrava titubante perché il bus era davvero troppo affollato, ma lei no, era una guerriera, si fece spazio con quell’abilità squisitamente femminile, quando le donne tagliano le code come se nulla fosse. E lei voleva salire. Probabilmente voleva me. Sicuramente aveva capito che gli incontri che ti cambiano la vita accadono solo all’improvviso, quando non li cerchi, quando non li sogni. E quasi sempre nei migliori film piove, in quelle occasioni.
Per un attimo mi dimenticai dove ero salito, chi ero, che lavoro facevo, e perché non riuscivo ancora a trovare una donna che stesse con me per più di due mesi. Non me l’ero mai chiesto, in realtà, ma in quel momento la verità squarciò la mia mente come un tuono cattivo.
L’autobus aveva un andamento altalenante, con frenate brusche e improvvise, le mie preferite. La ragazza era sempre più vicina a me, mi fissava timidamente, almeno così mi parve. Misi mano nella mia borsa a tracolla e tirai fuori una copia del Corriere della Sera, che compravo più per darmi un tono che per essere informato. Ma il lavoro m’imponeva anche questo, cazzarola. In quel momento, tuttavia, il lavoro era lontano mille miglia dalla mia testa. Dovevo trovare il modo di conoscerla, di chiamarla, di averla. Certo ci fosse stato un po’ più di spazio tra di noi forse avrei trovato il coraggio per attaccare conversazione. Io che ero un parlatore nato. Io che riuscivo a intortare tutti, con la mia aria kinder da bravo ragazzo tutto casa e lavoro e la domenica da mammà. Ero proprio portato a sedurre.
Come al solito, però, quando ti piace qualcuno, diventi timido e incapace, inerte e passivo, e la situazione sembra crollarti addosso insieme alle tue insicurezze che di colpo riemergono.
- Scende alla prossima?
Non ci credevo. L’angelo stava parlando con me. Una voce sensuale, questo sentì il mio cuore, che suonava come un’arpa in mezzo al delirio delle porte, degli spintoni, della calca.
- No, non scendo…
- Neanch’io.
Mi sorrise. Non sapevo cosa risponderle perché quando salgo su un pullman non ho mai idea di quale sarà esattamente la mia fermata, anche perché spesso devo cambiare tratta. Per cui quella domanda mi spiazzò. Ma neppure lei doveva scendere, dedussi pertanto che Dio esisteva e quella domanda era un timido tentativo di approccio.
La sua borsa era piccola e stretta, elegante come le sue mani, azzurra come i suoi occhi. I nostri corpi sembravano sfiorarsi come in una danza guidata dal conducente cui io avrei dedicato volentieri un’ode o una poesia, a dispetto degli altri clienti che invece si lamentavano ad alta voce come nei peggiori condomini. A me non interessava nulla. Sentivo quell’angelo che accarezzava il mio corpo, mentre non riuscivo a togliere neppure per un attimo lo sguardo dal suo decolletè. Mi stavo quasi eccitando, e per la prima volta in due anni mi dimenticai di perché mi trovavo lì. Non osservavo più le altre signore, non cercavo più le loro borse larghe dove le mie mani s’intrufolavano in cerca di portafogli carichi di risparmi e ricordi. Non facevo più le mie facce rassicuranti di bravo ragazzo bastardo, che ti distrae con i suoi modi gentili e vuole solo fotterti. Per una volta ero me stesso. Per una volta vivevo l’autobus come un luogo di ritrovo, come una strada, una discoteca. Uno dei tanti posti dove l’amore fa capolino. E il mio amore non aveva un nome, ma solo un colore, per ora: il turchese.
Le fermate si susseguivano veloci, ma ne arrivò una che interruppe bruscamente i miei sogni. La ragazza scese all’improvviso, facendomi una carezza audace che io confusi come un invito a scendere, e a possederla. Ma rimasi troppo stordito per poter reagire all’invito. Provai inutilmente a suonare il campanello ma l’autista non riaprì. Bestemmiai ad alta voce una protesta inutile come le mie parole. Mi rassegnai al destino solo quando un senso di vuoto mi riportò alla realtà. Dalla tasca dei miei jeans era sparito il mio portafoglio.
Luca Bianchini