Julia

Posted:  July 30th, 2004 by:  Luca comments:  Comments Off
Julia

Non avrei mai pensato di fare la puttana.

Da piccola, quando m’interrogavano sul futuro, rispondevo quasi sempre la panettiera. Adoravo quell’odore sano di roba cotta al forno, che mi catapultava direttamente tra le braccia di nonna Papera. Mia madre l’aveva capito e quando mi voleva felice, anziché correre al parco, mi mandava a comprare il pane.

Mi vergogno a dirlo, ma mi piaceva da morire toccare i soldi. Li nascondevo sempre nelle mutandine. Dicevo che lì erano al sicuro, perché quella era la mia cassaforte. Una cassaforte di cui, molti anni dopo, tutti conoscevano la combinazione.

Non penso che la mia famiglia abbia inciso minimamente su questa scelta. Non era una famiglia bigotta, né borghese, né assente. Era una famiglia, sembra sempre triste dirlo, normale. Padre ferroviere, madre casalinga, fratello meccanico, e una zoccola. Penso che un po’ di responsabilità se le debba prendere anche la mia amica Tania, delle superiori. Faceva così tanto sesso che mi disgustava. Una volta aveva anche seguito un professore nei bagni, ma di questo non sono mai stata sicura. Pativo terribilmente vedere quanto fosse corteggiata.

Il mio corpo, invece, sembrava incapace di provare emozioni e suscitare richieste. I ragazzi non avevano mai il coraggio di provarci con me. Le ragazze litigavano tutto il tempo se era meglio portarsi a letto Simon Le Bon o Tony Hadley. Io mi sfinivo di ditalini e sognavo di non essere mai toccata da nessuno. Probabilmente molti hanno pensato che fossi lesbica, o che sarei diventata lesbica molto presto.

A diciassette anni ho lasciato la scuola, mi sono trovata un monolocale e ho iniziato a lavorare in un bar. Mio padre non mi ha mai perdonata per questo. Non perché fossi scappata di casa, ma perché lavoravo in un bar. Diceva che la cameriera era il lavoro più degradante del mondo. Piuttosto la strada, mi urlò una volta. E strada fu.

In realtà, lui non c’entra. È stata tutta colpa di Julia Roberts. Sì, perché va precisato che quando la sera tornavo nel mio monolocale, non c’era mai nessuno ad attendermi. L’unica evasione era la tv. Una sera davano Pretty Woman. Non l’avevo mai visto, ma i clienti del bar me ne avevano parlato bene. Uno addirittura sosteneva che le somigliassi, alla protagonista, ma secondo me lo diceva solo perché glielo facevo drizzare. Così mi abbarbicai sotto il piumone e mi sciolsi davanti alle gesta di Miss Vivien, sedotta e rapita da quel tibetano di Richard Gere. Voglio la favola, gli aveva detto. E io mi ero messa a piangere mentre i Roxette cantavano It must have been love (but it’s over now). Lo so, è stupido. Ma a volte compiamo scelte importanti solo per un motivo stupido. Insomma, cominciai a credere che la mia favola fosse quella di imitare la storia di Vivien. Mi ero subito innamorata dei suoi stivali neri, alti fino alla coscia. Una sera provai a battere per strada, ma non ero abbastanza mignotta perché qualcuno mi notasse. Neanche le mie inconsapevoli colleghe si erano accorte di me. Arrivata a casa, mi osservai allo specchio e notai un sacco di errori. In due parole, troppo pulita. I maschi, quando pagano, ci vogliono volgari e insultabili.

Decisi di mettere un annnucio sul giornale. Scrissi: Vuoi fare compagnia alla verginella Vivien? Quella sera ebbi più chiamate che in tutta la mia vita. Ricevetti il primo cliente in casa. Non avevo nessuna idea delle tariffe, né delle procedure. Non avevo neanche bene idea di cosa stessi facendo. Ero una stupida ragazza di diciotto anni che non aveva più voglia di lavorare al bar. Mi regalai per cinquantamila lire e non fu nemmeno così tragica. Ho avuto male all’inizio, ma mi sembrava tutto talmente assurdo che provai anche un po’ di piacere. Il tipo mi lasciò un deca di mancia perché disse che avevo recitato bene. Da quel giorno fui travolta dal sesso.

Presi in affitto un altro monolocale dove lavorare, e lo riempii di specchi Ikea. Cominciai a vedere maschi di tutti i tipi, per sei ore al giorno. Tanti – troppi – sposati. Gli insospettabili padri di famiglia erano i peggiori. A loro facevo sempre un prezzo più alto. Una volta invece uno mi ha scopata facendomi indossare una maschera di Berlusconi. Alla fine si è scusato dicendo che era una vendetta elettorale.

Ho imparato molto dal sesso, anche se era a pagamento. È un bel modo di conoscere le persone. La scopata di una sera equivale a una settimana di cinema e pizzeria. Però come mi mancavano, cinema e pizzeria. Ero sostanzialmente sola. Unico aspetto positivo, uno stipendio da dirigente senza trattenute. Con gli anni cominciai ad essere ossessionata dalla mia unica fonte di reddito: il corpo. M’iscrissi in palestra, e come un’esaltata partecipavo a quasi tutte le attività: funky, hip hop, gag, step. Per la prima volta in vita mia, cominciai a relazionarmi con le persone. Parole banali in spogliatoio, a volte in sala pesi. Scoprii di essere simpatica, anche se spesso era una sensazione solo mia.

Poi un giorno ho conosciuto Thomas, e mi sono innamorata. Credo che fosse amore davvero. Era un impiegato statale, e veniva in palestra per tirare giù la pancia. M’inventai che lavoravo in una birreria, weekend escluso. Avevo imparato a essere vaga. Thomas cadde nella rete, e una sera m’invitò a cena fuori. Mi sono vestita di rosso, come Miss Vivien quando va all’Opera. Ci tenevo a fare buona impressione. Abbiamo parlato a lungo, anche se io ho cercato di dire il meno possibile per non rovinare tutto. Ero finalmente corteggiata da un uomo. Avevo ventisette anni. Il primo bacio è stata una delusione. Non l’avevo mai dato. Mi ci volle un mese prima di imparare a muovere bene la lingua. Sembravo impacciata anche a fare l’amore. Quanto ero vorace coi miei clienti bavosi, tanto più diventavo timida con Thomas. Lui è stato bravo e paziente. Sapeva come prendermi, e soprattutto sapeva aspettare. Ma io non sono mai riuscita ad abbandonarmi del tutto. Niente orgasmo, insomma. Provavo paradossalmente più piacere coi miei maiali. Ma forse il problema stava proprio lì: non riuscivo a concepire il sesso al di fuori del lavoro. Sentivo che stare con Thomas era l’unica via d’uscita da quella forzata alienazione.

Una sera, la batosta. Ero nella mia casa a specchi, quando arrivò una chiamata del solito cliente arrapato. Thomas. Lo riconobbi dalla voce, mentre sono certa che lui non riconobbe me. Lo ricevetti al più presto. Mi truccai pesante, misi una parrucca bionda e abbassai le luci. Lo feci entrare evitandone lo sguardo, e lo assalii. Ero incazzata nera, ma cercai di dare il meglio di me. Provai un piacere immenso, e anche lui godette come non l’avevo mai sentito, capace di grandi acrobazie. Si rivestì velocemente con aria colpevole. Sono fidanzato, disse, ma alla mia ragazza il sesso non interessa granché. Quando si dice l’intuito. Da quel giorno tutto è cambiato. Ho iniziato a farmi avanti, ad acquistare sicurezza, a mettere in pratica le arguzie sessuali che avevo imparato in carriera. E finalmente ho sentito Thomas urlare di nuovo. Con me. Ho lavorato ancora un anno nella mia tana di specchi, e Thomas non ha più telefonato a Vivien. Magari ha cominciato a vedere altre donne — chi può dirlo? — ma credo di no. In fondo non è affatto male essere traditi con se stessi.

Da qualche mese ho smesso di fare la puttana. È un lavoro che alla lunga logora, come il calcio, la danza, la pubblicità. Bisogna ritirarsi. Io ho avuto la fortuna di farlo con Thomas, in una casa nuova. A volte, quando mi guarda, ho come l’impressione che abbia capito tutto di me, da sempre. Nel dubbio, preferisco il silenzio, e mi va bene così. Voglio la favola, diceva Julia. Adesso, finalmente, l’ho avuta anch’io.

Luca Bianchini

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