Siamo occidentali, cazzarola. Volenti o nolenti, questo è il mondo in cui ci siamo formati, e che spesso ci ha deluso. Ma è la nostra realtà e in fondo, anche se non osiamo ammetterlo, non potremmo fare a meno di lei. Io, poi, sono proprio il cliché dell’occidentale medio: mi piace la coca-cola, Kylie Minogue, il rubinetto a fotocellula, l’open bar, lamentarmi del caro euro, riempire il carrello della spesa e soprattutto mi piace, mentre parlo al telefono dell’ufficio, leggere le e-mail appena arrivate. Ah, naturalmente mi piace anche il Lexotan. Ogni occidentale che si rispetti ha una boccetta di Lexotan parcheggiata in bagno. Poi a volte ci prendono i sensi di colpa e iniziamo a chiederci da dove veniamo e soprattutto dove stiamo andando, così di corsa. Ma basta un attimo di lucidità per vedere che siamo su un faticoso tapis rulant in una palestra dove si può socializzare solo con gli specchi. Improvvisamente decidiamo di scendere e puntuale c’è una ragazza – forse ce la mettono lì apposta – che ti parla dello yoga. Massì lo yoga, lo conosciamo tutti, posture sacerdotali, torsioni bizzarre, la forza interiore, conoscere se stessi, ommmmm. Mi ha quasi convinto, ma proprio mentre mi parla vedo dietro di lei un cartello. Un cartello dannatamente occidentale. Davanti alla parola ‘yoga’ aggiunge ‘power’. La scuola si chiama Ego, un nome assolutamente nelle mie corde. Lo voglio. Il mattino dopo sono già sul treno per Roma (in realtà, ogni scusa è buona per andare a Roma). La città mi accoglie con il solito accento strascicato, i tassisti pigri, l’aria mite e la pajata che è sempre più difficile da trovare. Ma a me adesso interessa solo il power yoga. Dormo un’ora per addomesticare la levataccia e alle due del pomeriggio sono pronto e pimpante per la mia prima lezione di yoga made in occidente. L’Ego-centro è in Cola di Rienzo, non lontano da piazza del Popolo, per ritrovare se stessi a due passi da shopping e cultura. La lezione singola con Max Grossi – unico europeo a insegnare con la tecnica progressive – costa 13 euro, ma la ragazza alla reception mi propone anche un pacchetto di 6 lezioni a 80 euro o 12 a 140 euro. Da buon occidentale, sono terrorizzato dalle fregature e compro la lezione singola. Quando entro in quella che credevo una palestra “power progressive” resto abbastanza deluso: è very, very piccola. E non ci sono né spogliatoi né docce, solo un corridoio bislungo con un boccione dell’acqua e qualche rivista. Max Grossi arriva e saluta tutti cordialmente, ma sembra vedere solo le ragazze (in effetti, ci sono quasi solo ragazze, come alle lezioni di funky). Conosco subito Claudia, scienziata dal verbo facile, che da buona romana si mostra subito materna. Ho trovato un’amica, credo. La stanza dello yoga ha pareti bianche, pavimento a listelli di legno chiaro e un solo specchio un po’ defilato. Niente musica. Solo silenzio, respiri e la voce del maestro. Comincio a essere teso, perché di colpo tutti sembrano diventare terribilmente seri. Anche l’amica-Claudia sembra entrata in trance. Non riesco a concentrarmi, e allora provo a contare quanti siamo: tredici. Mediamente tonici, mediamente curati, mediamente convinti. Max (ormai lo chiamo già Max) è di fronte a noi, sembra accorgersi della mia preoccupazione, e decide di incitare tutti come un vero capitano: “ricordatevi del respiro, fermatevi quando è rotto, riposatevi e poi riprendete. Lo scopo non è fare le cose in modo perfetto, ma spingere un po’ oltre i vostri limiti.” Già mi piace. Cominciamo in piedi, a sciogliere i muscoli e i polmoni, e a piegarci in giù. Fin qui, fattibilissimo. Poi il maestro comincia a mostrare una serie di mosse dai nomi improponibili e che tirano i muscoli da paura: chutaranga, upward dog, chutaranga, plank, downward dog. L’intera sequenza si chiama “Saluto al sole”. Sono un incrocio tra le flessioni e lo stretching, che a vederle sembrano elementari e quando ti ci metti ti senti assolutamente inadatto alla disciplina. Max, che non sta zitto un attimo, gira tra i materassini e corregge le posizioni a tutte. Viene anche verso di me. Mi sforzo di fare bella figura impegnandomi al massimo. Lui si avvicina per aiutarmi ma mi parla senza sfiorarmi con un dito. Ci rimango malissimo. Inizio a dubitare di avere l’ascella pezzata malgrado la protezione 24 ore (un’altra delle ossessioni tipicamente occidentali: la puzza di sudore). Poi vedo che è proprio la sua prassi personale: con le ragazze contatto diretto, con i ragazzi no. Sono sempre più sudato e il cervello è sempre meno capace di intendere. Cerco conforto negli occhi di Claudia, ma lei è troppo concentrata a migliorare la sua postura già perfetta. C’è solo un ragazzo che mi pare più brocco di me: un francese che si sforza in tutto, ma non con l’italiano. Per fortuna che c’è un momento di (apparente) calma, con gli esercizi di equilibrio prima su una gamba, poi su un’altra. Cado circa quattro volte e lui sempre lì, a tendere metaforicamente la mano, a dire “Coraggio, Luca” come nei film. Luca? Si ricorda il mio nome? Tornerò. Poi ci sono le posizioni dei tre guerrieri, che mi riescono a metà, ma per un attimo mi fanno sentire Tom Cruise nell’Ultimo Samurai. Tanto per ristabilire la circolazione, Max ci mostra un esercizio a testa in giù. Ovviamente batto una craniata sonora che non provoca nessuna empatia con gli altri power-discepoli. Mi sento un po’ solo, ma lui continua a incitare: “Forse non vi riuscirà oggi, forse neanche in altre cento volte, ma provateci!”. La speranza, come dire, il power yoga te la dà. Non ci sono classi, non ci sono livelli, ognuno lo fa come può, e ogni volta si può migliorare. Si deve migliorare. In questo, è una disciplina occidentale: i risultati sono sempre visibili e (quasi) tangibili. Alla fine della lezione, di nuovo stretching e rilassamento. Comincio a sentirmi veramente in pace con il mondo. Anche il linguaggio sembra più comprensibile, e si vena di sfumature new age: “Respirate profondamente, liberate le energie. Namaste.” Le righe si rompono, le ragazze circondano Max di attenzioni e curiosità. Mi defilo un attimo. Trovo una rivista con un articolo dedicato a Max e al suo maestro americano: Mark Blanchard, il guru delle star di Hollywood. Naturalmente leggo tutto l’articolo e le belle dichiarazioni di Drew Barrymore, Jennifer Lopez ed Andy Garcia sugli effetti miracolosi di questa disciplina. Garcia, in particolare, afferma di aver ottenuto straordinari benefici dal power yoga per giocare a golf. Però. Rileggo bene: il centro è in Studio City, Los Angeles. Los Angeleeees? Ma io sto per andare a Los Angeles! Ogni occidentale che si rispetti a un certo punto dell’anno rompe i salvadanai, conta gli spicci, vede fin dove lo porta l’aereo, va a comprare parmigiano e vola a trovare gli amici appena trasferiti lì. Mi precipito al computer e mando subito una mail a Marco – neolosangelino fresco di visa – chiedendogli di informarsi sull’esistenza di tale Blanchard e di eventuali corsi di power yoga. Probabilmente in occidente vediamo troppi film perché Marco risponde all’istante che non solo pratica power yoga, ma Blanchard è il suo maestro. Corro subito in agenzia. Ogni scusa è buona per andare a Los Angeles.
Luca Bianchini