Ti scruta a lungo come se potesse vedere dentro di te, per capire chi sei, per decidere se si può fidare. Cerco di non farmi intimidire e di tenere fermi gli occhi, aspettando che sia lui a fare la prima mossa. Ce l’ho davanti che mi fissa, questa Iguana del palcoscenico che ha appena infiammato la leggendaria Music Hall of Williamsburg, tempio del rock alternativo a Brooklyn. Iggy si è esibito con gli Stooges davanti ai selezionati ospiti di Ray-Ban – da Chloë Sevigny a Drew Barrymore – che hanno lasciato il glamour sul red carpet per tirare fuori la parte più animale di sé. Accanto a loro, quattrocento anime saltanti. Perché è la cosa che più ti viene da fare, a un concerto di Iggy Pop. Saltare. È la cosa che lui fa divinamente, e la fa così bene che ha rinunciato a camminare, per quello. Infatti zoppica vistosamente. Roba che se ti sale sull’autobus ti alzi per cedergli il posto. Ma se lo vedi sul palco non lo diresti mai, che zoppica. Perché lui salta. Salta e vola. Si tuffa di testa sul pubblico come un artista che non ha niente da perdere, come se scommettesse la vita ogni volta. Ed è quel gesto inimitabile e sconsiderato, per un ragazzo di sessantatre anni, che ti fa capire il rock più di mille cd. Anche se con Iggy si dovrebbe parlare più precisamente di punk. Ma uno che ha scelto “Pop” come nome d’arte non ama sicuramente le categorie.
Come con i cani che ti scrutano immobili, mi sforzo di non agitarmi. E poi so che lui è in fissa con i cani: “I wanna be your dog” è un cult di ogni concerto, in cui si mette a quattro zampe e ulula al pubblico con il microfono ciondolante intorno al collo.
Gli sorrido, quasi a chiedergli se posso partire, e anche lui sorride, e la sua faccia cambia, le rughe raggiungono nuove profondità, e per un attimo mi chiedo come abbiano osato metterlo al primo posto tra le vittime della chirurgia estetica. Quelle rughe sono vere, e raccontano tutto: l’alcol, le droghe, le disintossicazioni, le ricadute, i successi altalenanti che lo hanno fatto amare, sì, ma mai consacrato come altri miti intorno a lui, da Mick Jagger a David Bowie. E per quanto mi sforzi di guardare, quelle rughe non riescono a svelarmi cosa è successo veramente tra lui e Bowie – Iggy e Ziggy – quei mesi negli anni Settanta in cui sembravano una cosa sola, quando si sentivano padroni di Berlino e del mondo, e cui molto ha alluso il bellissimo film Velvet Goldmine. “Abbiamo solo rapporti professionali”, ha dichiarato, quindi meglio evitare.
Forse sto perdendo istanti preziosi, perché l’immancabile assistente mi dice che posso cominciare, e si raccomanda di alzare un po’ la voce, perché troppi anni a troppi decibel gli hanno danneggiato l’udito. Poi la ragazza torna a sedersi alle mie spalle tra un manager e la bellissima moglie (ma non era lui il cane da guardia?). Abbandono il taccuino sul tavolo e mi lascio andare all’istinto, consapevole che tanto uno così non lo puoi fregare: “Devo ringraziarla perché stasera ho visto uno spettacolo bellissimo cui non avrei mai assistito, se fosse dipeso da me.” Ride come se mai nessuno gli avesse detto una frase del genere, e ride anche la giuria di X-Factor dietro di me, ma la cosa mi tranquillizza. Mi sento un po’ rock anch’io.
Allora, come sta? È un po’ stanco?
Per niente. Ho mangiato un trancio di pizza che mi ha tirato su.
È il suo classico spuntino dopo concerto?
In genere dopo il concerto mi immergo in una vasca a idromassaggio con accanto un bicchiere di vino rosso, ma stasera c’era l’appuntamento con lei quindi mi sono accontentato della pizza. Ma non era male, sa?
Sono contento, perché mi sentivo già in colpa.
Non deve, perché appena torno in albergo mi butto nell’idromassaggio. Ho solo rimandato l’appuntamento.
Quando l’ho vista poco fa sul palco mi è sembrata una persona che non ha paura di niente. È davvero così?
Vede, ci sono delle paure che non possiamo confessare nemmeno a noi stessi. Anche se sul palco sembro sicuro, prima di uscire là fuori c’è sempre il terrore che possa venire una schifezza. Questo per fortuna poi non accade perché ci sono una sacco di cose che mi danno coraggio, come i ragazzi del gruppo. E poi il pubblico, che è la variabile più difficile da prevedere.
Anche dopo tutta la sua esperienza?
Il pubblico è sempre imprevedibile, perché cambia ogni volta. È come il motore di una moto. Finché non dai gas, non capisci quanto è potente. Ma se alla prima accelerata il pubblico s’impenna, è fatta. La paura va a farsi fottere.
E nella vita, cosa la spaventa?
Quando uno comincia ad avere la mia età, gli amici iniziano a morire intorno a te. È la cosa più triste.
Lo scorso marzo, quando è entrato nella Hall of Fame del Rock and Roll, ha dichiarato che “la musica è vita e la vita non è un business”. Cosa intendeva dire?
Ah, ho detto così? Dio mio, non mi ricordo più niente.
Ha detto proprio così, ho visto il video.
Ah sì, adesso mi viene in mente. Mia moglie è andata all’Università, l’ha studiato e glielo può confermare. Ci sono quattro pilastri su cui si poggia la cultura occidentale: la chiesa, la stampa, il mercato e i governi. E ogni giorno che passa, è sempre più il mercato a dettare legge… e questo purtroppo vale anche per la musica. Ormai è tutto un business del cazzo. (si altera, e la voce si fa straordinariamente profonda). Non ci sono solo i soldi nella vita! Non è per quello che dobbiamo darci da fare!
Sono d’accordo con lei.
Noi abbiamo avuto questo vice presidente, Cheney… quando siamo andati in Iraq era straconvito che bastasse arrivare là, schioccare le dita e fargli importare i nostri supermercati aperti 24 ore al giorno. Senza porsi la domanda che magari nel mondo non vogliono essere tutti americani. Noi abbiamo una mentalità orientata al mercato, il che può andare pure bene, ma non dobbiamo avere la presunzione di esportarla. E soprattutto non dobbiamo fare dipendere tutto da questo.
Qual è il prezzo da pagare quando si è così schietti?
Che il successo arriva molto più tardi, ma poi te lo godi di più.
Mi sveli la ricetta del successo.
Per avere successo devi essere contemporaneamente disciplinato, sincero e fortunato. Io per anni sono stato troppo indisciplinato. Ma se non fossi stato in quelle condizioni, non sarei riuscito a comporre le canzoni dei miei esordi. Ora non avrei più la forza di scriverle, ma sicuramente so gestire meglio la mia vita.
Lei si è anche permesso di contestare Fitzgerald, che ha detto che nella vita americana c’è spazio per una sola possibilità.
Io sono la prova che la vita non si vive in un atto unico. Ce ne sono almeno due.
Direi anche di più, nel suo caso. Qual è il suo segreto?
Sono fondamentalmente una persona ottimista.
Dai suoi testi non si direbbe.
Beh, quella è la mia missione. Io ho il dovere di cantare quello che vedo, e quello che vedo spesso fa schifo: la solitudine, l’alienazione dell’uomo. Ma questo non vuol dire che io non sia una persona ottimista.
Questo suo sguardo sulla realtà proviene forse dalle sue origini?
Credo di sì. Detroit è una città estremamente difficile, per certi versi. Ma è divertente proprio per quello. È la città della Ford ma anche del blues, per via dei molti afro-americani che venivano a lavorare in fabbrica. È una città piena di energia…
Anche Madonna viene da Detroit.
Lo so. È stata molto carina a invitarmi a suonare con gli Stooges quando è entrata nella Rock and Roll Hall of Fame.
Come è stato cantare “Ray of light” davanti a lei?
I ragazzi erano un po’ imbarazzati, ma io per niente. Soprattutto ci chiedevamo: chi avrebbe mai pensato al mondo che un giorno ci saremmo divertiti a suonare Madonna?
Lei è nato il 21 aprile, lo stesso giorno della fondazione di Roma.
Davvero? Oh yea. Abbiamo quasi la stessa età.
È per questo che ama l’Italia?
Ho appena acquistato una serie di incisioni del Settecento di Piranesi proprio su Roma antica. Sono meravigliose, l’arte in Italia è sublime. E poi, anche se non lo seguo, sono molto curioso ogni volta che vedo Berlusconi.
Ma cosa c’entra con l’arte?
Da come parla, da come si muove, mi ricorda un imperatore romano. Lo trovo molto divertente.
Scoppia a ridere, mentre l’assistente mi porta via. Ma trovo ancora il tempo di chiedergli una dedica per un amico su un romanzo di Houellebeq per cui lui ha composto un disco. Prima di scrivere “Hey man” vicino a un teschio, mi guarda ancora. Ma non fa più paura.