Il trucco c’è, e si vede: pesante, eccessivo, dichiarato, esibito. Ha molto poco della Lady, questa stella già ascesa, e molto più dell’irriverente Freddie Mercury che le ha donato il nome con quell’inno alla radio (Gaga). Un’icona da cui si è fatta battezzare a distanza, e che probabilmente la porterà lontano. Già, perché la ragazza all’anagrafe si chiamerebbe Stefani Joana Angelina Germanotta. Passare da Angelina Germanotta a Veronica Ciccone è veramente un attimo, e infatti i media si sono subito adoperati per nominare Lady Gaga erede legittima di Madonna. E’ stata la Ciccone stessa, con la solita astuzia, a consacrarla presentandosi ai suoi concerti con la (piccola?) Maria Lourdes, e tirandole poi i capelli durante il “Saturday Night Live”. Ma questa mossa l’aveva già fatta con Britney Spears – il bacio in bocca – per ritrovarsi a compatirla ai tempi in cui andava in giro senza mutande. C’è però un elemento che avvicina indubbiamente Lady Gaga alla prima Madonna: l’esordio tamarro. E per tamarro intendo proprio quella canzone che ti frega, che ti fa ballare anche se non vuoi, anche se non sei capace. Cos’è più tamarro di “Poker Face”? Di “Into the Groove”? Però li ho visti io i manager fermi ai semafori, sulle loro Bmw, battere il tempo e canticchiare Papa-Papa-Razzi (perché se non ti acchiappa il pezzo dance, eccoti servito il lento irresistibile). Per quanto sembri un catalogo vivente di David LaChapelle, trovo che sia riduttivo attribuire il successo di Lady Gaga alla sua immagine: senza le canzoni, quelle canzoni, né lei né Madonna sarebbero andate da nessuna parte. Appare tuttavia evidente la capacità di Lady Germanotta di fare della performance il suo punto di forza, a cominciare dai video: “E’ la sua vita stessa a essere una performance continua”, dichiara entusiasta Giovanni Vezzoli, l’artista che ha messo Lady Gaga al centro della sua opera per celebrare i 30 anni del Museum of Contemporary Art di Los Angeles. Il 14 novembre alle 21 avrà luogo il musical più breve al mondo: cinque, magici minuti, in cui Lady Gaga si esibirà in un brano inedito insieme al Bolshoi Ballet, tra opere di Warhol e Pollock, sotto gli occhi, tra gli altri, di Jeff Koons, Renee Zellweger, Gore Vidal, Jennifer Aniston. “Cinque minuti pensati per cinque secoli, perché non dimentichiamoci che siamo a Hollywood, il tempio dell’intrattenimento”, dichiara Giovanni: “il pianoforte è dipinto da Damien Hirst, il trucco è di Baz Luhrmann, il cappello di Frank Gehry, i costumi li ho disegnati io insieme a Miuccia Prada”. Già, ma perché un artista che ormai si cimenta con il gotha delle star ha scelto proprio Lady Gaga? “Perché lei rappresenta il glamour alla velocità di twitter”, mi risponde divertito, e non accetta provocazioni sulla Ciccone: “Cosa le manca rispetto a Madonna? Ventotto anni di vita”. Sicuramente non le manca l’intelligenza, una delle doti più importanti degli artisti che ce la fanno. Un’altra arma, che noi esterofili tendiamo spesso a sottovalutare, è l’origine italiana: “Io ho solo un’icona: mia madre”. Cosa vuoi dirle a una che ti zittisce così? A quel punto speri solo che sia coerente – il trucco sì, ma niente inganno – e t’immagini che al Gala di Los Angeles ci sia anche il tavolo dei parenti, con la madre e la sua spilla sul vestito e il padre particolarmente emozionato, che lei è andata a trovare in ospedale portandogli pasta all’olio.
La canzone con cui si esibirà, per lasciare tutti “senza parole”, s’intitola “Speechless”, brano che ha lo stesso titolo di una ballata di Michael Jackson. Ironia della sorte, i loro due costumi sono stati i più venduti ad Halloween. Dopo Freddie Mercury, anche Michael ha voluto mandarle un segnale.