| Backstage |
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Per quasi due anni non
ho visto la tv. Ne avevo una scassata
in una stanza vuota, con una sedia davanti. Tristezza.
A parte i giorni drammatici delle Torri Gemelle,
non ho mai seguito nulla. Nemmeno un brandello
di reality show. Quando l'ho riaccesa
mi si è riaperto un mondo. Ed è stato
lì che ho sognato, per la prima volta, la vita
di Roger Milone. |
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Ovviamente ho pensato bene di
scrivere una storia di cui - a parte la vita di
periferia - non sapevo niente. Per cui ho
passato settimane a intervistare sedicenni, trans,
insegnanti di pianoforte, maschi esperti e autori
televisivi. Ho passato anche alcuni mesi
a leggere "Top Girl" e sono riuscito
ad acquistare l'unico, improponibile numero di
"Uomo Moderno". Un reperto. |
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Ho scritto il primo capitolo
nel mio primo giorno di vacanza, nella
cucina di casa mia. Faceva caldo, il cielo era
umido e bianco. Ma io non sono mai stato così
felice. |
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La storia è decollata in questo
paesino in provincia di Siena, Trequanda.
Il posto ideale dove assorbire energia, godere
l'ozio del tempo e ascoltare l'odore dei tigli.
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Rosita, la sorella
del protagonista, doveva avere molto meno spazio
nel romanzo. Ma mentre la scrivevo, il
suo entusiasmo incontenibile è esploso e ha stordito
anche me. |
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Per un sacco di tempo questa storia
si è intitolata "Chiamatemi Roger".
Volevo che il titolo fosse un frammento banale
di una conversazione, e che avesse il nome del
protagonista. Però alcuni non lo capivano, altri
lo trovavano un po' poveretto. Ho cambiato idea
durante una pausa pranzo, e non sono più tornato
indietro. |
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Fino ai due terzi del libro non
avevo nessuna idea di come sarebbe andato a finire,
e fino all’ultimo i personaggi hanno
fatto il possibile per cambiare la mia decisione.
E’ stata dura, ma ce l’ho fatta.
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La sera prima di scrivere l’ultimo
capitolo ero in autostrada e mi è venuta
una stupidissima paura di morire.
Comicamente impanicato per l’infausta eventualità,
ho chiamato il mio amico Francesco Colombo e gli
ho raccontato per filo e per segno il finale!
Per fortuna – o purtroppo – non ce
n’è stato bisogno.
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