Se proprio devi morire, è
meglio farlo guidando una Cadillac Eldorado.
Mia madre me lo ripete ogni giorno. Peccato che
noi non abbiamo mai avuto una Cadillac. A casa
nostra abbiamo distrutto solo Mercedes, le migliori,
due Porsche, una Lamborghini Diablo, un’Aston
Martin e il mio maggiolino, tre volte. Ah, naturalmente
anche la Panda per il personale di servizio, quando
la prendevo di nascosto prima di avere la patente.
Mia madre vuole che i camerieri abbiano sempre
un’auto riconoscibile, e ha scelto il Pandino
perché crede che metta loro allegria.
Come avrete capito, siamo una famiglia che ama
la velocità, le belle macchine e le buone
maniere. La capofamiglia, in particolare: potrebbe
scrivere un saggio sul cenno con cui a tavola
rifiuta da bere, anche se è un gesto che
non compie quasi mai. E il modo in cui si asciuga
la bocca prima di sorseggiare il suo Chevalier-Montrachet?
Impeccabile e insopportabile, come è lei
la maggior parte del tempo.
Ma non l’ho mai odiata quanto quella mattina,
quando spalancò la porta di camera mia
e mi trovò con la sigaretta accesa e gli
occhi spenti. Ero veramente sotto, sottissimo,
e lei riuscì a farmi solo un’unica,
drammatica domanda:
- Ti hanno di nuovo ritirato la patente?
Non le interessava la risposta – in cuor
suo forse sapeva che era una domanda del cazzo
– ma in quel momento aveva una fremente
priorità: l’open day a scuola di
Maria Lorena, la mia sorellina-sorellastra:
sette anni e mezzo, erre moscia come la mia,
apparecchio colorato, un’ammirazione proibita
per le Winx, una chiara inattitudine per la
danza classica e tendenza a parlare di soldi
come quel tirchio di suo padre. Però
in fondo ho sempre voluto bene, alla mia Lola,
e le avevo promesso che sarei andato a vederla
al suo ultimo giorno all’International
School. Lei e i compagni avevano fatto con le
loro manine oggetti che sarebbero stati battuti
all’asta tra i genitori. Profitti in beneficenza
per la costruzione di una scuola in Africa,
sai che novità.
Era una mattina di giugno senza sole, con grandi
nuvole che intasavano il cielo di Milano come
il traffico cittadino. Io avevo un solo, grande
desiderio: essere investito da una macchina
appena uscito di casa, magari una Cadillac Eldorado.
Quella sì che sarebbe stata una grande
morte. Poi vedere mia madre che mi scorge dalla
finestra con il gessetto bianco intorno, e mi
piange per un attimo da lì, prima di
pensare a quale cappello mettersi per il funerale.
E poi cosa scrivere sui biglietti di ringraziamento?
E come dare l’annuncio ai giornali per
fare sapere che “non fiori, ma opere di
bene alla Rockefeller Foundation”? Uh,
quanti problemi se muoio per una madre come
la mia.
Anita mi aveva lasciato quella mattina. Dopo
tre anni, due mesi, sette giorni e una manciata
di ore, forse sei. E sentivo che non sarebbe
più tornata indietro. Me n’ero
accorto dal modo in cui aveva chiuso la porta,
senza un attimo d’indecisione, senza nervosismi,
senza nessun cedimento delle gambe. Un colpo
secco e stop, il passato alle spalle.
Aveva trovato un sasso nel bagno, la sera prima.
Era andata su tutte le furie, delusa e alterata
come ogni volta che una discussione si ripete
– quando si litiga spesso, si litiga sempre
nello stesso modo, con le stesse dinamiche,
con le medesime pause – e mi aveva supplicato
di lasciarlo lì, quel sasso, almeno per
un giorno.
Non c’ero riuscito. Non ci sarei mai riuscito.
Al mattino, dopo una notte insonne per entrambi,
aveva fatto un’inutile doccia di riflessione,
si era preparata per andare a catalogare i suoi
Pistoletto da Sotheby’s e mi aveva detto:
- Non siamo più uguali, Leon.
Io ero troppo fatto per capire, prima che per
dire qualcosa, e le avevo risposto ’fanculo-tu-e-i-tuoi-quadri
senza conoscere il significato di quella sequenza.
Avevo un gran mal di testa per starmi a sentire,
e soprattutto per ascoltare il suo addio senza
lacrime. Ma quando un paio d’ore dopo
ho rivisto la foto farsi più nitida,
ho capito che Anita non sarebbe più tornata
sui suoi passi. Ed è stato lì
che gli Stones hanno iniziato a cantare “Angie”
nella mia testa. Ed è stato lì
che mia madre ha fatto irruzione in stanza con
il fottutissimo open day di Lola:
- Per l’asta dei ragazzi ci raggiunge
anche Pierandrea, perciò vedi di ricomporti
che tra poco passa a prenderci Amedeo. Quindi
anche se non hai la patente non importa.
- …
- E ricordati la camicia.
Ventisette anni. Ventisette anni a sentire
ricordati-la-camicia e non sapere mai come ribattere.
Mi guardai allo specchio cercando di ricompormi.
Le regole, innanzitutto le regole. Le regole
che mi avevano tramandato, quelle che mi avevano
schiacciato. Le regole che mi avevano permesso
fino a quel giorno di non lavorare.
Vivere era il mio lavoro, ed era un lavoro che
non mi piaceva più di tanto. Soprattutto
quella mattina di giugno – maledetto giugno,
che dio ti fulmini, e ti trasformi in un novembre
piovoso che nemmeno l’Irlanda –
in cui a tutto avrei voluto pensare tranne che
vedere mia madre a un’asta delle scuole
elementari. Conoscete punizione peggiore per
uno che è appena stato lasciato dalla
donna più bella di Milano? A parte restare
bloccati in ascensore con un portavoce del Vaticano,
intendo. Ma alla fine la camicia la misi. Una
camicia di Caraceni con le mie belle iniziali
incise tono su tono: LSD. Leonardo Sala Dugnani.
Leon per gli amici (con l’accento sulla
“o”, alla francese).
Un ragazzo smarrito davanti a se stesso, questo
ero, ma ancora in grado di ammettere il proprio
sex appeal. Ora, non perché sia io, ma
non si può proprio dire che sono un brutto
ragazzo: ho occhi chiari, un naso appena deviato,
capelli corti e scuri che taglio da solo, quasi
a scodella, due fossette che m’illuminano
il sorriso, un fisico tonico e tre tatuaggi.
Fossi una donna cederei subito al mio fascino,
insomma. A meno che scoprissi il significato
del mio tatuaggio preferito, una specie di simbolo
orientale, che per anni ho creduto volesse dire
“Lunga vita felice”. In realtà,
una volta un cinese mi rivelò che significava
“Nuvolette di drago a tremila lire”.
Ancora adesso non riesco a farmene una ragione.
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